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Volevo comprare una matita.
In un bel negozio che sembra un luogo dei sogni la trovo, la prendo, perciò mi avvio alla cassa. Due uomini in coda e una donna. Mi avvicino e mi accorgo di un bambino, appiccicato alla madre e grande poco meno del bancone. Capelli neri, riccioli, giubbetto jeans, sguardo curioso. Anzi, incuriosito. So che poi ci dimentichiamo come si vede quando si è piccoli. Comunque lo guardo e lui mi guarda. Uno strattone alla gonna della mamma distratta; poi, in assenza di risposta, si decide. Allunga il braccio e la sua estremità prensile va verso il bancone: ovvio, per afferrare qualcosa. Si stira in piedi con vivacità di tendini, per quello che può, mostro di plasticità s'allunga, traballa, lui e pure il portamatite. Non ci arriva come vorrebbe. Il bello è che nessuno se ne accorge e mi piace guardarlo in questa impresa.
Perché è un impresa.
Vorrei dargli una mano. Intanto non riceve l'attenzione di nessuno e probabilmente una volta preso l'oggetto del desiderio lo farà vedere alla mamma. O forse vuole solo prenderselo. La punta del dito arriva al bordo del portamatite, che si inclina verso di lui. Lui che si alza come non farà mai più e lo tira ancora verso di sé. Non cade giù, si corica solo sul bancone, senza decibel utili a reazioni. Ci siamo. Finalmente riesce a sfilare il suo desiderio. Una matita, appuntita, nuova di pacca. La prende, si accovaccia per terra e inizia a disegnare sul frontale del bancone di legno chiaro. Disegna e disegna. Un'eternità…
Adesso la mamma ha pagato e, d'incanto, si accorge del figlio, della matita, del disegno, dell'impresa. Guarda me; guarda il proprietario del negozio e fa:«mi sono dimenticata questa, mi scusi, ma se lo lascio un attimo libero ne fa d'ogni» e verso il figlio:
«…Roberto, Roberto…» E lui mi guarda di nuovo. Se ne va con la mamma, si volta verso il suo capolavoro, stringe la sua matita, in quel luogo dei sogni.

accaduto a Torino, nel 1997


Ho pensato più volte a storie di matite, personali o meno che fossero, cercando di dire qualcosa che avesse un senso, dentro un catalogo dove i sensi sono molteplici, stimolati da un ricco apparato iconografico, da racconti e brevi saggi che costruiscono feconde relazioni con le immagini. Mi sono ricordato di questo episodio, dove il desiderio e l'azione, rivolte alla conquista di una matita per poter disegnare, sono il motore propulsivo. E mi sono ricordato come dietro a tante storie di matita ci sono persone che sanno rendere straordinario questo oggetto, semplice e potente.

Marco benna


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