Storie di Matite storie di matite home
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Una matita non è solo una matita.
Tante storie possibili in un cilindro sottile.
È la bacchetta di un prestigiatore, ma anche quella di un direttore d'orchestra, e poi un pennello, un plettro, una fiamma ossidrica, uno scalpello, una penna, un mouse.
È il prolungamento di cuore e cervello.
Se la mano prosegue il corpo, facendosi poi essa stessa linea sottile e agile nel dito, la matita ne è un'ulteriore protesi naturale, un allungamento in legno e grafite.
È un'onda continua, dal pensiero al segno. Il faber creativo si estende, muta sostanza, si metamorfizza in quell'appendice che va temperata, che fissa l'essenziale su una superficie. La matita è un'immagine simbolica del segno che si sviluppa in disegno, iniziando a dar forma all'idea. La prima impronta che visualizza un pensiero, un'immagine, un'emozione, un ricordo.
Una mano che prende una matita e traccia una linea. Parte tutto da qui.
In una mina, colorata o nera, sono racchiusi una tavolozza di sfumature e una serie di strumenti tecnici dagli effetti diversi. Dipende dall'impugnatura della mano, dalla pressione esercitata, dall'inclinazione della mina, dal suo essere appuntita o tronca. Matita su foglietti, il disegno che appare veloce e istintivo sul tovagliolino di un bar, sui bordi di un'agenda o di un foglio qualsiasi, sul margine della rubrica telefonica.
Segni e disegni rappresentano una sorta di scrittura automatica, un flusso a volte inconsapevole, fatto di appunti, impressioni dirette.
Immagini astratte o figurative, comunque evocative, che sanno spesso di memoria, ma hanno anche la consistenza del sogno, della dimensione surreale. Un enigma poetico, caratterizzato, però, dall'incisività.
Il disegno è l'insieme di tracce lievi, polverose, cancellabili, dotate di una forza profonda nella loro essenzialità che non concede sconti. è la dimensione dell'immediatezza e dell'autenticità, in cui non si contemplano finzioni e orpelli.
In questa mostra intitolata "40 Storie di Matite", all'interno del progetto "Storie di Matite", ho voluto creare una wunderkammer del disegno, oltre che della matita, scoprendo, nell'ambito del lavoro degli artisti invitati, delle vere zone libere e a parte, racchiuse nei loro disegni. Un oggetto, la matita, e una dimensione, il disegno, catalizzatori di passioni, ossessioni, visioni, feticismi.
Ho raccolto soprese, esperimenti, poesie, licenze, approfondimenti linguistici, voli aperti.
Segni ordinati e altri d'impulso, partiture astratte e composizioni figurative. Volti e corpi, animali, paesaggi urbani e naturali, tarocchi, oggetti, rovine, tag, cartelli, piume.
Insiemi e dettagli, figure e parole. Tra realtà e fantasia.
Sono disegni che scorrono paralleli ai molteplici linguaggi utilizzati dagli artisti nella loro quotidianità creativa. Grafiche che scaturiscono e s'intrecciano con la pittura e la scultura, l'installazione e la fotografia, il video.
Una camera delle meraviglie con un concetto di raccolta curiosa e stupita, dove vanno in scena matite dalle varie nature, in disegni mescolati ad altri materiali, su supporti che contemplano la carta ma anche il legno, la tela, la carta carbone.
Si sviluppano linea e massa, cancellatura e accumulo, vuoto e pieno, positivo e negativo, bianco/nero e colore, ombra e marchio, velatura e sovrapposizione.
Insieme ci sono alcune opere dove la matita si fa oggetto, volume tridimensionale che gioca con l'idea di disegno in cui si inserisce. Sono una sorta di perimentro sensibile della mostra, presenze fisiche che le danno il ritmo e ne spezzano la superficie.
D'altronde il disegno appartiene al reame del meraviglioso, è già di per sé una wunderkammer dove non ci si stupisce di nulla perché tutto è possibile, con naturalezza. Amori, creature, visioni surreali e fantastiche, incubi, enigmi.

Storie di matite, storie di disegno raccontate da 40 artisti.
Pierluigi Pusole, Bartolomeo Migliore, Valerio Berruti, Daniele Galliano, Saverio Todaro, Andrea Massaioli, Nicus Lucà, Nicola Ponzio, Ada Mascolo, Elisa Gallenca, Marcovinicio, Andrea Aquilanti, Elena Arzuffi, Giorgio Ramella, Cornelia Badelita, Maura Banfo, Barbara Brugola, Enrico Tealdi, Guglielmo Castelli, Andrea Chiesi, Manuela Cirino, Matteo Fato, Ursula Ferrara, Marco Gastini, Giorgio Griffa, Salvatore Astore, Riccardo Gusmaroli, Chen Li, Leandro Agostini, Cris l'Orsa, Luigi Mainolfi, Gino Sabatini Odoardi, Sergio Ragalzi, Franco Rasma, Marco Cazzato, Salvo, Luigi Stoisa, Elio Torrieri, Gosia Turzeniecka, Elke Warth.

Si è voluto poi giocare, inserendo altri "materiali", altri disegni apparentemente impropri alla dimensione della cosiddeta arte visiva, ma assolutamente inerenti per la stessa libertà e creatività impiegata. Altre storie di avvocati, architetti, designer, scrittori, grafici e fumettari entrati nella wunderkammer.
Fanno da controcanto, invece, agendo attorno, infilandosi negli spazi tra un disegno e l'altro, proponendo altre strade, con voci, suoni e immagini in movimento, le suggestioni musicali di Fabio Barovero e il video di Gabriele Ottino.
Storie di matite a modo loro. Disegni possibili.

 

Ma quando è nato il disegno?
Non è facile identificare una data precisa, ma l'esigenza di rappresentare per tramandare e narrare è una tensione nata con l'uomo stesso. Una delle prime forme di espressione infantile, infatti, è proprio il tentativo di disegnare. Nell'ambito, invece, della storia dell'arte, il disegno appare esser sempre esistito con una doppia natura, funzionale e autonoma. Può essere il progetto che dà la struttura, da cui, poi, si sviluppa l'opera, sia essa pittorica o tridimensionale o cinetica.
Ferma l'istante magico dell'intuizione, che germina instabile nella mente dell'artista.
È un gesto, il primo medium di traduzione diretta tra una sostanza immateriale e una visione concreta. Ma può essere anche,
e soprattutto, una visione autonoma, senza alcuna subalterneità creativa ad altri linguaggi. Nasce per sé e basta a se stessa.
Ma se oggi il disegno rappresenta una categoria artistica autonoma, l'affermazione della sua identità indipendente dalla pittura,
e non comunque subordinata ad altro, è arrivata nei secoli.
Lo scienziato Plinio il Vecchio, nato nel primo secolo dopo Cristo, nel XXXV capitolo della suo trattato Naturalis Historia, attribuisce la nascita del disegno all'egiziano Philokles e all'ellenico Kleanthes di Corinto. Sostiene anche che da questa prima forma di rappresentazione sarebbe nata in seguito la pittura, nel momento in cui un altro corizio, Ekphantos, riempì di colori le forme elementari semplicemente disegnate.
Una visione del disegno come una prepittura incompleta e primitiva, condivisa ancora quindici secoli dopo da Leonardo da Vinci, secondo cui "la prima pittura fu solo di una linea, la quale circondava l'ombra dell'uomo fatta dal sole ne' muri".
Nella storia dell'uomo il disegno è sempre stato un'istintiva risposta alla necessità di espressione e alla povertà di mezzi, dall'alfabeto preistorico per immagini, i graffiti rupestri, alla decorazione su ceramica in Asia, Europa, Americhe.
Solo lentamente, nella Firenze rinascimentale a cavallo tra Tre e Quattrocento, il disegno inizierà a realizzare una sua identità precisa di genere. Con il Cinquecento il disegno formalizza appieno il suo riconoscimento, come attestano nel 1563 l'istituzione dell'Accademia Fiorentina delle Arti del Disegno e molte affermazioni negli scritti dell'epoca, dal Vasari con la sua "Introduzione alle arti del disegno" a Cennino Cennini, a Benvenuto Cellini.
Era uno dei temi al centro del dibattito artistico di quegli anni.
Addirittura fu l'orafo Cellini a inventare il simbolo del disegno: una cariatide con quattro coppie di seni, separate da cinture e adorne di grottesche con mezze teste di delfino, al posto delle spalle. Per Cellini il disegno è fecondo, "vera madre di tutte le azioni dell'huomo" e "vera idea della natura".
Nel corso del Seicento l'interesse si concentra sulla questione della classificazione dei disegni, e appaiono le figure del conoscitore e dell'appassionato del genere. Si afferma definitivamente l'idea del disegno come opera d'arte autonoma, in una discussione culturale che continua a essere prettamente italiana.
Il disegno appare insieme come talento necessario e pratica fondamentale per un buon artista. Una dote da esercitare, un principio da cui parte l'opera d'arte. Si parla di "disegni", ma anche di "schizzi" e "macchie".
Inizia verso la fine del secolo una disputa teorica sul rapporto e primato tra disegno e colore, tra il segno della composizione e la sua materia cromatica. Sempre verso la fine del Seicento nascono, ancora in Italia, i libri di modelli per disegnare, con le regole per imparare i modi e le figure classiche, che si diffonderanno poi nei Paesi Bassi, in Spagna e in Inghilterra. In realtà c'erano già dei taccuini in uso nelle botteghe fiorentine dal Quattrocento, veri prontuari a scopi didattici con exempla animali e vegetali, su cui si esercitavano gli apprendisti artisti. Erano costituiti per lo più da modelli di altre opere d'arte, che poi cambiarono nei secoli, a seconda dell'evolversi del gusto.
Altra cosa erano naturalmente le imitazioni e i falsi, che non dichiaravano la loro identià di "copia", ma pretendevano di sostituirsi all'originale. Una pratica che si assesta soprattutto dal Ciquecento, parallelamente allo svilupparsi del collezionismo, fino a raggiungere proporzioni enormi tra Sette e Ottocento.
Nel Settecento troviamo che il disegno racchiude ancora, insieme al colore e all'invenzione, l'essenza dell'arte. I tre principi rappresentano il fondamento dell'educazione artistica e aiutano l'artista a imitare le forme della realtà, prima fra tutte la figura umana. Per fare ciò ci sono da un lato regole e metodi precisi, dall'altro un approccio diretto e spontaneo al vero.
Per molti scrittori e teorici del secolo dei lumi, è proprio nel disegno che l'artista rivela se stesso e il suo spirito.
Ci si avvia al Romanticismo ottocentesco, che vedrà emergere l'"io" interiore e individuale come entità principale, capace di manifestarsi appieno nell'opera d'arte ma, prima di tutto, nel disegno, essenzialmente di natura soggettiva e non debitore di un rispetto oggettivo del reale.
Nel 1857 Delacroix scrive: "Le prime linee con cui un abile maestro indica la sua idea, contengono il germe di tutto ciò che l'opera presenterà di saliente". E Baudelaire riflette ancora :"Il disegno di un gran disegnatore deve riassumere l'ideale e il modello".
Un perfetto equilibrio tra impressione soggettiva e realtà oggettiva, tra vero e ideale.
Per Max Klinger nel 1895: "Il disegno rivela la forte soggettività dell'artista. è il suo mondo che egli rappresenta".
E ancora Klinger: "I disegni moderni hanno aperto nuove sorgenti di poesia, che sono precluse al dipingere".
Saltando più di un secolo, arriviamo al nostro tempo contemporaneo, a cui appartengono i 40 artisti in mostra e il loro rapporto libero, individuale con il disegno. Una soggettività che parte da un'idea flessibile di vero naturale, per poi trasformarlo in un proprio ideale, conferendogli però carne e anima. Visioni uniche che non obbediscono a regole o definizioni generali, se non la scelta personale e irripetibile.

La storia del disegno, però, scorre parallela e inscindibile da quella della matita, considerata come generico strumento per disegnare, e non solamente come la intendiamo oggi, cioè con l'anima di grafite.
Se i primi disegni dell'umanità erano eseguiti con oggetti trovati e poi in seguito elaborati nei secoli, fatti di pietre, metalli e tizzoni, dal Quattrocento abbiamo un'incredibile diffusione del disegno, con l'attestazione di vari materiali per "segnare".
In quel secolo, infatti, arriva dall'Oriente l'invenzione della carta, che cambierà la storia dell'arte e della società, trasformando il disegno pian piano in un prodotto accessibile e diffuso, un comune oggetto d'arte.
Prima della carta si disegnava e scriveva su tavolette lignee, ma soprattutto su pergamena, il più antico supporto, ricavato da una lunga e costosa lavorazione delle pelli animali. Gli Spagnoli costruirono la prima cartiera europea nel XII secolo vicino a Valencia. Poi nel XIV appare a Fabriano la prima fabbrica italiana, che diventerà una delle più famose nel mondo.
I fogli si ottenevano da stracci triturati e lasciati fermentare. Si faceva carta bianca ma anche colorata, grazie ai pigmenti naturali inseriti nell'impasto. Le carte erano di varie tonalità di bianco e poi azzurre, marroni e grigie. Nell'Ottocento arrivarono le aniline artificiali, una rivoluzione che ampliò all'infinito la gamma delle colorazioni.
Nei disegni quattrocenteschi troviamo impiegati carboncino (in uso dalla preistoria, in genere ramoscelli di salice cotti, a bastoncino - sia appuntiti sia squadrati - o inseriti in canne per poterli meglio impugnare; a volte trattati con olio di semi di lino per compattarli), gessetti, penne (sia stilo con la punta metallica, prima in piombo - a volte mescolato con lo stagno - e poi in argento, sia piume d'uccello), inchiostri (ogni artista se li produceva da sé, secondo ricette tramandate dall'antichità, poi personalizzate), acquarelli trasparenti, olii e tempere opachi e pieni, pennelli, biacca (bianco di piombo, molto tossico, usato per lumeggiare, cioè per dar volume e luce), matite rosse e nere.
E arriviamo alla famiglia della matita vera a propria, che include una gamma vastissima di utensili cilindrici, con o senza un'anima, dalla pietra tagliata in bastoncini al gesso, al lapis vero e proprio in uso nell'Ottocento.
"Matita" era considerato e chiamato tutto ciò che aveva forma di bastoncino per disegnare.
La pietra naturale di colore nero, con cui si fecero nel Quattrocento le prima matite, era diffusa in tutta Europa. Veniva chiamata black chalk in inglese, schwarze kreide in tedesco e pierre noire in francese.
Ma c'era anche la pietra rossa, anch'essa estratta direttamente dalla cava, da cui deriva proprio il nome stesso di matita. Si trattava infatti di ematite, cioè ossido di ferro, quella che in seguito verrà chiamata "sanguigna". La matita con una mina di grafite, racchiusa in un cilindretto, fu "inventata" grazie alla scoperta nel XVI di una miniera di grafite nel Cumberland in Inghilterra. Ma la grafite all'inizio veniva usata dai pastori per segnare il bestiame e poi nella costruzione delle palle da cannone.
Sia il termine di "matita" sia quello di "lapis", in origine indicavano le pietre naturali di colore rosso, infatti, più morbida la prima, più duro il secondo. Solo in seguito inclusero anche la pietra nera.
Nel Cinquecento si sperimentò una matita nera artificiale, costituita da carbone triturato e pressato, con una tecnica simile a quella dei pastelli policromi.
L'ultima matita ad arrivare fu proprio quella di grafite, un minerale morbido dal segno nitido, color piombo, dalla tonalità che andava dal grigio chiarissimo a quella nero intenso, e dalla grana omogenea. Nata nel XVI secolo, a causa della fragilità della grafite e anche per non sporcarsi le mani nell'uso, fu prima messa in involucri di stoffa o bambù, poi di metallo o legno, da cui fuoriusciva la punta.
Baldinucci nel 1681 racconta di un "lapis piombino, una spezie d'amatita fatto artificiosamente, che tigne di color piombo, e serve per disegnare".
Usata nel Seicento soprattutto nei disegni di architettura per la nitidezza e precisione tecnica del segno, divenne appieno strumento artistico nell'Ottocento.
Fu, infatti, nel 1795 che il francese Contè lavorò la grafite con l'argilla, dandole una nuova consistenza, con cui si ovviava alla sua eccessiva friabilità.
Oggi la grafite viene impiegata anche nei reattori nucleari, ed è curioso pensare che questo carbonio naturale, creatosi in epoca preistorica, nella sua forma allotropica, diventi il prezioso diamante. Ci sono tanti tipi di matite a grafite, che dipendono dalla durezza della mina, matite a cui fare la punta con raschietti, temperini, lamette, che lasciano un segno diverso a seconda dell'inclinazione, della pressione, e poi del tipo di supporto su cui vanno a disegnare.
Nel 1587 Gian Battista Armenini, parlando della varia tipologia del disegno, scriveva che "il disegno eseguito con l'ammatita è il più perfetto modo, oltre che il più agevole".
Negli ultimi anni la matita è diventata anche una realtà virtuale, non solo per pochi. Nell'era della tecnologia digitale, si è trasformata in un segno malleabile all'interno del computer. Un mondo nuovo si è schiuso, dove il disegno si è arricchito di molte altre possibilità con cui dar forma alle idee.


Sono debitrice al progetto editoriale in tre volumi "Il disegno", (1991, Amilcare Pizzi Editore per l'Istituto Bancario San Paolo
di Torino), curato da Gianni Carlo Sciolla, per il viaggio magico nella storia del disegno che mi ha regalato. Un lavoro da cui ho preso molti riferimenti per il mio testo, così come dalle storie appassionate di Leandro, fiabe attraverso cui riesce a far vivere il suo tesoro di matite raccolte per il mondo.

Olga Gambari
40 storie di matite


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